“L’abito fa il monaco!”, con questo stravolgimento del noto proverbio italiano, si mette in evidenza come il modo di vestire riesca ad evidenziare e distinguere nettamente lo status sociale, con particolare attenzione al mondo del lavoro.
In Italia si inizia ad utilizzare un indumento “specifico” per il lavoro nel primo dopoguerra; prima i lavoratori in prevalenza artigiani e contadini indossavano un vestito comodo da usare con continuità.
Dalle parole di Prezzolini, lo scrittore con forti idee socialiste, si evince che bisognava valorizzare lo status lavorativo e dare vita ad un vestito che diventi il simbolo di una determinata classe sociale. Lo stesso sviluppò l’idea che non c’era cultura proletaria perché il proletariato non ha orgoglio delle proprie forme, non ha orgoglio del proprio vestito di operaio e appena può si veste da borghese.

Sarà però il futurista fiorentino Ernesto Michahelles Thayhat, nome palindromo a definire e portare in Italia “il più innovativo, futuristico abito mai prodotto nella storia della moda italiana” il primo modello di abito da lavoro specifico. Chiamata TUTA o TUTTA il nuovo modello era a forma di T, monocolore prevalentemente in canapa o cotone. Era Semplice da cucire grazie alla distribuzione di un opuscolo che facilitava e incitava il” fai da te”, era disponibile in due varianti: la tuta a pezzo unico o la bi-tuta che presentava una giacca e un pantalone, entrambi con collo largo, i bottoni sul davanti.
Con il Regio Decreto del 1927, in pieno regime fascista viene regolamentato un cambio obbligatorio di abito; l’operaio finito il turno in fabbrica doveva cambiarsi nello spogliatoio e vestirsi con abito “civile”.
La caduta del fascismo e a seguire l’occupazione degli alleati nel dopoguerra arricchì l’abito da lavoro di elementi di derivazione militare ad esempio si fece largo l’uso dei jeans, dei bomber e dei Jumpsuit.
Particolare menzione va fatta all’utilizzo dei jeans che con stile sobrio e comodo divenne il precursore della cosiddetta “street wear”, cioè l’utilizzo degli abiti da lavoro nella vita di tutti i giorni.
Negli ultimi anni il vestito da lavoro ha subito varie regolamentazioni, oltre alla comodità deve rispettare anche la normativa anti-infortunistica ed essere adatto allo svolgimento delle varie mansioni. In particolare, la normativa abbigliamento da lavoro divisa prevede che ogni datore di lavoro fornisca ai propri dipendenti un abbigliamento adeguato , che non solo rispecchi l’immagine dell’azienda, ma che sia funzionale alla protezione del lavoratore.
Recentemente l’abito da lavoro è pronto ad affrontare una nuova sfida che è quella della eco-sostenibilità, si cerca di utilizzare materiali di origine naturale, come lino, canapa o riciclate dal poliestere o da bottiglie di plastica.